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Un grande futuro alle spalle - Domenico Bartolucci e la scuola romana - cover

Un grande futuro alle spalle - Domenico Bartolucci e la scuola romana

Aurelio Porfiri

Editorial: Chorabooks

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Sinopsis

Il secolo scorso è stato certamente un periodo di enormi cambiamenti sociali, culturali ed artistici. Questi cambiamenti si sono riflessi anche nel campo linguistico ed estetico in tutti gli ambiti pensabili dell’orizzonte culturale. Io credo che alcuni musicisti abbiano fatto un poco le spese, in termini di popolarità che forse gli sarebbe stata dovuta, in modo molto più sensibile per via dei dibattiti, spesso violenti, che riguardavano le scelte linguistiche da essi compiute. Scelte linguistiche che erano in contrasto con ciò che il politically correct imponeva se volevi avere affibbiato da “coloro che contano” nel tuo campo il titolo di artista al passo con i tempi e quindi degno di considerazione. Purtroppo questa etichetta a molti fa comodo e garantisce carriere, alcune fulgide, altre miserrime, ma comunque non pochi cercano approvazione per sentirsi importanti. Non molti sono coraggiosi e vanno contro corrente.
Uno di questi penso sia stato Domenico Bartolucci (1917-2013), che per molti anni fu Maestro Direttore della Cappella Musicale Pontificia detta “Sistina”. Egli sempre volle inserirsi nella gloriosa tradizione della Scuola Romana della musica sacra, a cui volle sempre ispirarsi.  Quindi questo scontro con la modernità del nostro è stato certamente frutto di una sua intransigenza nel proseguire sulla strada su cui altri avevano già tanto bene seminato, la strada della tradizione, ma anche il frutto di una intransigenza degli alfieri della modernità che non accettando che ci siano diversi modi di approdare all’avvenire, servendosi di moduli linguistici che non sarebbero compresi nel panorama da loro accettato della modernità (ma poi, chi lo dice?), si rendono protagonisti di ostracismi senza appello. Non vogliono comprendere che non c’è una lingua dell’avvenire ma ci sono lingue dell’avvenire, diverse e talvolta inconciliabili, se adottiamo un criterio meramente unidirezionale. Allora, per poter comprendere veramente dove stiamo andando, forse varrà la pena ripensare da dove veniamo, cioè quali sono questi dati della Tradizione che dovremmo forse riconsiderare e non darli per persi o non più rilevanti. Per fare questo voglio portare la mia testimonianza sul Maestro, riportare ciò che ci insegnava durante le sue lezioni al Pontificio Istituto di Musica Sacra o durante le sue prove con il coro della Cappella Sistina. O anche attraverso le tantissime conversazioni personali che ho avuto con lui nel corso degli anni, fino alla sua morte nel 2013. Poco prima di questa data fatale, il Maestro mi concesse un’intervista in cui spaziammo sulla sua vita ed opera, e questa intervista è alla fine di questo libro. Viene qui pubblicata per la prima volta.
 
Disponible desde: 16/06/2022.

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    Dopo lungo esame cui convenisse meglio dedicare queste mie MEMORIE, niuno più degno ho potuto scorgere che voi, o miei amati concittadini. I cortesi e replicati segni di affetto, dei quali mi siete stati larghi sempre mi sono andati al cuore, e non posso tenermi dal ringraziacene. Non vi dispiaccia questa dimostrazione della mia gratitudine. E poi il mio povero libretto abbisogna di un illustre appoggio, e non potrebbe esso rinvenirlo che in voi. Voi che incoraggiaste il povero artista, il modesto commediografo, degnatevi ricettar cortesemente il mio nuovo lavoro, ed accoglietelo con uno sguardo di compiacimento. Questa grazia mi sarà ancora una prova della vostra benevolenza, della quale sono studiosissimo e giustamente superbo. 
    Continuate a volermi bene. 
    Marzo del 1883 
    EDUARDO SCARPETTA 
     
    Eduardo Scarpetta (Napoli, 13 marzo 1853 – Napoli, 29 novembre 1925) è stato uno dei più importanti commediografi e attori italiani, considerato il padre del teatro comico napoletano moderno.
    Figlio di una famiglia modesta, iniziò giovanissimo la carriera teatrale, distinguendosi per il suo naturale talento e la capacità di rinnovare la tradizione della commedia napoletana. Creò il celebre personaggio di Felice Sciosciammocca, simbolo dell'uomo comune napoletano, ingenuo ma arguto, che divenne il suo marchio di fabbrica.
    Scarpetta scrisse oltre cinquanta commedie, tra cui Miseria e Nobiltà, una delle più note e ancora oggi rappresentate. Fu anche un innovatore del linguaggio teatrale, mescolando dialetto e italiano, e contribuì a rendere il teatro accessibile a un pubblico più ampio.
    La sua vita privata fu complessa e segnata da una grande famiglia artistica: tra i suoi figli naturali figurano Titina, Eduardo e Peppino De Filippo, che ereditarono il suo talento e portarono avanti la tradizione teatrale napoletana.
    Eduardo Scarpetta morì a Napoli nel 1925, lasciando un'eredità culturale che ha profondamente influenzato il teatro italiano del Novecento.
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