Luigi Natoli, conosciuto anche con lo pseudonimo di William Galt, nonostante sia stato un fecondo letterato, storico, drammaturgo, brillante conferenziere e altro ancora è celebre al grande pubblico grazie al suo romanzo I Beati Paoli. L'opera, apparsa a puntate giornaliere in appendice al Giornale di Sicilia tra il 1909 e il 1910, creò nei lettori una sorta di aspettazione e dipendenza che accrebbe, soprattutto a Palermo, la fama dello scrittore. Conscio di questo e ubbidendo anche a delle necessità economiche, Natoli pubblicò quasi tutti i suoi romanzi in appendice al quotidiano della città, divenendo per molti anni il beniamino dei lettori. Appare chiaro che, quando il grande letterato all'età di settantadue anni si apprestò a pubblicare un nuovo attesissimo romanzo, il Giornale di Sicilia diede ampio risalto all'evento accrescendo così il desiderio della comunità. Infatti, a partire dall'11 gennaio 1925 e fino al 29 dello stesso mese, per ogni giorno, il Giornale reclamizzava "la pubblicazione in appendice dell'interessantissimo romanzo storico di William Galt: VIVA L'IMPERATORE!" e lo faceva con queste parole ridondanti che si riportano per intero
VIVA L'IMPERATORE!
è fra' romanzi di William Galt il più ricco di avventure. Con Federico II si chiude il tempo della cavalleria: i suoi poeti si possono considerare come gli ultimi trovatori: e, però il romanzo ha un suo non so che, che lo avvicina ai romanzi cavallereschi. Amori, audaci imprese, cortesie e crudeltà si intrecciano con una varietà mirabile e attraente, aumentando l'interesse del lettore.
VIVA L'IMPERATORE!
con questo nuovo romanzo William Galt viene illustrando un altro periodo della nostra storia, seguendo un suo disegno. VIVA L'IMPERATORE! si inserisce fra GLI ULTIMI SARACENI e IL VESPRO SICILIANO: è l'epoca di Federico II. Quando, come ha in animo, avrà illustrato la conquista araba e poi la normanna; e, risalendo più in su; la Sicilia Greca, la romana e la bisantina; e infine, per chiudere il ciclo, la Sicilia del primo ventennio del XIX secolo; egli potrà dire di avere illustrato tutta la storia di Sicilia; e allora, vista nel suo complesso e ordinata cronologicamente, apparirà quest'opera sua veramente monumentale e prodigiosa.
VIVA L'IMPERATORE!
Rinaldo del Landro, Vanna, madonna Elena, madonna Eufemia, messer Paganello, Gualtiero di Urziliana, prete Matteo, prete Demetrio, l'Imperatore Federico, papa Gregorio IX, frati, suore, ed altri ed altri... Quanti personaggi in questo nuovo romanzo di William Galt!
VIVA L'IMPERATORE!
è destinato a un grande successo!
Il Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza (NOCS) è una unitá speciale della Polizia di Stato italiana, dipendente dalla Direzione centrale della Polizia di prevenzione. Nato nel 1978, a seguito di un decreto del Ministro dell'Interno di allora, Francesco Cossiga, per contrastare il terrorismo in Italia, si è specializzato in operazioni ad alto rischio quali liberazione di ostaggi, cattura di pericolosi criminali o servizi di sicurezza e scorta per alte cariche dello Stato.
Il NOCS assurse alla ribalta della cronaca mondiale il 28 gennaio 1982, grazie alla brillante operazione con la quale liberò il generale James Lee Dozier, sequestrato dalle Brigate Rosse e detenuto a Padova. L'operazione, condotta dal giovane capitano Edoardo Perna, allora vicecomandante del NOCS, durò solo cinquanta secondi e senza sparare un colpo condusse alla liberazione dell'alto ufficiale statunitense già condannato a morte dai brigatisti.
Nella loro storia il NOCS ha arrestato 237 ricercati e liberato 325 ostaggi.
Per essere ammesso nell'unità, il richiedente deve avere almeno 4 anni di servizio nelle forze di polizia, avere meno di 28 anni e uno stato di servizio impeccabile. I candidati vengono valutati per la loro capacità di raggiungere un equilibrio ottimale tra le capacità tecniche di combattimento e l'attitudine a prendere decisioni critiche in una frazione di secondo.
Secondo pannello di un dittico avviato nel 2009 con Bluets (pubblicato in Italia da nottetempo nel 2023), Pathemata, O, la storia della mia bocca tocca con grazia le corde più intime dell'esperienza umana, fondendo insieme il "diario di una paziente" – ovvero il racconto di un decennio di dolore alla mascella – e l'esplorazione personale del punto di unione tra onirico e ordinario. Nelle parole di Maggie Nelson l'inconscio si insinua nella quotidianità e svela timori taciuti, ferite represse. Passando dalle proprie vicissitudini cliniche al territorio inesplorato della maternità, dagli inciampi di un rapporto amoroso agli squarci lasciati dal lutto, l'autrice si mette a nudo con una scrittura evocativa, musicale ed essenziale. Nelson ci fa sentire con forza inedita l'emozione più profonda e vera: tutti noi abitiamo un corpo capace di provare amore e dolore, patimenti e passioni, tutti noi siamo presi dallo sforzo costante di connetterci con gli altri.
Il delitto di Via Levanna è uno dei crimini più inquietanti avvenuti a Roma nella seconda metà del Novecento. Un ragazzino di dodici anni viene attinto, mentre indossa ancora il pigiama, da uno sconosciuto, entrato in casa con l'inganno. La madre e la sorella non assistono alla scena ma ne odono le grida strazianti. Così come è apparso, il ragazzo pallido – perché l'assassino è un giovane tra diciotto e venti anni dall'aspetto cereo – svanisce nel nulla. Se non si trattasse di un evento reale sembrerebbe la trama di un romanzo horror: c'è un killer sconosciuto, dall'aspetto
cadaverico, che uccide senza movente; c'è una vittima ignara ed innocente; ci sono le inquietanti atmosfere dell'inaspettato e dell'impensato; c'è
una Roma, città splendida e infame, dove l'infranto regge le fondamenta dei palazzi e dove anche l'assurdo diventa possibile. Igor Patruno ricostruisce, avvalendosi delle carte dell'indagine condotta nel 1987 dalla squadra mobile di Roma, tutti gli aspetti sinora inediti della vicenda. L'autore non si è limitato a raccontare i fatti così come emergono dalle carte, ma ha anche condotto un'inchiesta ai limiti dell'impossibile, individuando chi e perché potrebbe aver ucciso Cristiano.
A distanza di tre anni dall'uscita del romanzo Crimine infinit8 continua instancabile l'esplorazione dei due autori nel mondo delle cosche. Un giorno del 2022 ricevono una telefonata: "Sono Andrea Delvento, vorrei raccontare ogni cosa che ho visto e che ho fatto. Conosco la 'ndrangheta da dentro e sono disposto a farvici entrare". Andrea Delvento è il nome di fantasia che Barbarossa & Benelli avevano dato nel loro libro alla figura del padrino calciatore Antonino Belnome, nato in Lombardia da madre calabrese, bomber del Teramo e del Catania, divenuto negli anni sicario, boss e infine pentito, uno dei più importanti e attendibili testimoni di 'ndrangheta che ci sono oggi in Italia. Belnome ha deciso di raccontare tutto, entrando nel dettaglio del sistema malavitoso: i rapporti tra Calabria e Lombardia, i legami con gli apparati deviati delle istituzioni, gli omicidi, le estorsioni, il ruolo dei direttori di banca, quello delle donne, i codici d'onore, la politica, i preti, i soldi, la violenza. Descrivendo dinamiche, circostanze, nomi. Un'intervista avvincente durata due giorni e due notti che ha innescato la stesura di questo romanzo- verità dove ogni parola è al tempo stesso confessione e letteratura.
Dopo la Corea del Nord e il Myanmar, Carla Vitantonio, alla guida della sua automobile cinese, ci porta tra le strade dell'Avana, lungo i litorali e nelle zone rurali dell'isola del Caribe, raccontando un altro pezzo della sua vita eccezionale nei luoghi impossibili del globo che sceglie di far diventare la sua casa. Pagina dopo pagina entriamo e usciamo dall'intimità dell'autrice, e la accompagniamo mentre nuota nella piscina diroccata del Copacabana colma di pesciolini tropicali, la scortiamo nelle camminate forsennate per vicoli, scale, terrazze e corsie di supermercati sprovviste di quelli che noi consideriamo beni di consumo di base (il burro!). In questo vortice esperienziale ci ritroviamo a meditare con lei su temi quali razzismo, postcolonialismo, femminismo bianco, e siamo sempre con lei quando celebra passi fatidici della sua nuova vita, fino al momento dell'ennesimo addio.
Negli ultimi anni i toni del dibattito pubblico sul ruolo della scienza nella società contemporanea si sono inaspriti e polarizzati. Basti pensare a due eventi di portata mondiale in cui il lavoro della comunità scientifica è stato ed è tuttora, nel bene e nel male, protagonista: la pandemia di Covid-19 e la crisi climatica. Il tema centrale, insomma, è l'immagine che la società ha della scienza e l'immagine che la scienza, attraverso le sue scoperte, i suoi risultati e le sue ambizioni, dà di sé. Nancy Cartwright parte proprio da questo nodo problematico, da un immaginario condiviso (e troppo semplicistico) che vede la scienza come un insieme coeso di teorie ed esperimenti, di assiomi e leggi deterministiche, dispensatore di verità. La realtà in cui operano gli scienziati, però, è molto più complessa, multiforme, imprevedibile e soprattutto umana di quanto ci faccia intendere questa visione monolitica e asettica, logicamente consequenziale e astratta, dove tutto funziona come un meccanismo perfetto. Il libro di Cartwright offre al lettore «una prospettiva più chiara di come la scienza produce le cose e del perché quello che produce – dai vaccini alle astronavi – è così affidabile». E lo fa regalandoci una potente e affascinante metafora che ha a che fare con il Meccano.
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