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Un gioco di specchi - cover

Un gioco di specchi

Elisabetta Innocenti

Casa editrice: Giovane Holden Edizioni

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Sinossi

Un gioco di specchi è una raccolta di racconti abbinati in cui sono messi a confronto due o più punti di vista dei protagonisti. Con acrobatici esercizi di stile, ho cercato di mostrare come la scrittura sia spesso un gioco di ripetizioni e corrispondenze. Il contenuto, piuttosto vario, riguarda l’amore, la fedeltà o il tradimento, così come l’accettazione o la ribellione verso le convenzioni sociali.
Ogni racconto, pur diverso dagli altri come stile e genere – dal romantico al drammatico, dal thriller all’assurdo – ha a che fare con le relazioni, umane e non, che danno senso all’esistenza, attraverso una prosa, a tratti umoristica, poetica o simbolica. L’occhio, lo specchio e la finestra, come l’aquilone che si avvicina alle nuvole, riflettono la debolezza e la forza dei personaggi che vivono con fatica, noia o entusiasmo le loro esperienze, attraverso il ricordo, la vita presente e uno sguardo, spesso malinconico, rivolto al futuro, alla ricerca del significato dell’esistenza.
I racconti rivelano la sofferenza della mancanza, la gioia di un nuovo incontro, evidenziando la relatività del tempo e dello spazio. Il tempo che passa è il più delle volte tiranno; perciò, quando Igor getta la sveglia nella siepe, lo fa in modo consapevole. Vuole fermare il tempo per smettere di soffrire e ritrovare la felicità in un luogo di quotidiana sofferenza, anche se per un attimo: un atto che il lettore può solo immaginare e che, da particolare, diventa universale.
(dall’Introduzione a cura dell’Autrice)
Disponibile da: 25/06/2022.
Lunghezza di stampa: 120 pagine.

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     Ma quando uno jesino diceva a un anconetano “Pà cu’ l’ojo” faceva riferimento alla tipica inflessione dialettale, che aveva la sua espressione più eclatante in questa breve frase. E di certo l’anconetano non si faceva sfuggire la battuta, per rispondere: “Senti chi ce parla! Quello che magna el riso sa l’ossi!”  
     E anche qui c’era sì il riferimento al riso cotto nel brodo ottenuto dalla prolungata bollitura delle ossa di scarto del maiale, disponibili soprattutto in inverno, nel periodo della “pista”, ma in particolare si prendeva in giro il modo di pronunciare la lettera “esse” da parte di noi jesini, che la sibiliamo quasi tra i denti, facendo fuoriuscire un suono dolce, anziché duro, come accade nel resto della regione, dando a volte alla pronuncia dialettale jesina un accento che ricorda da vicino il toscano.
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